Arizona: cosa vedere nel Grand Canyon State

Tucson, Phoenix, Grand Canyon, Monument Valley, Saguaro, Sedona: tutti i consigli utili sulle mete da non perdere durante un viaggio in Arizona!

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Grand Canyon, simbolo indiscusso dell’Arizona

L’Arizona è giustamente famosa per le sue meraviglie naturali, su tutte il Grand Canyon, che le dà il soprannome, la Monument Valley e Horseshoe Bend, tra le attrazioni più visitate al mondo. Lo Stato assolato e desertico del Southwest degli USA, però, non esaurisce così le sue sorprese. Infatti questo fazzoletto d’America (si fa per dire, essendo grande pressoché quanto l’Italia, ma con quasi un decimo della sua popolazione) stretto tra Sonora a Sud e il Colorado Plateau a Nord, caratterizzato da un sottofondo culturale profondamente nativo e ispanico, è una vera e propria miniera di sorprese, docet la sua profonda tradizione estrattiva (si chiama anche The Copper State, dato il primato nella produzione di rame). L’ideale per un viaggio fly and drive da vivere on the road. Alla scoperta spettacolari formazioni geologiche e siti archeologici nativi, osservatori astronomici e basi aerospaziali, missioni francescane e nuclei di utopie architettonico-scientifiche in chiave new age. Andiamo a scoprirle dividendole, per comodità, in piccoli capitoli. Con qualche consiglio utile.

 

Geologia e paleontologia – Nord Arizona

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 “Skywalk”, il balcone sul Grand Canyon

I più importanti siti geologici dell’Arizona si concentrano nella sua parte settentrionale, dove il fiume Colorado nei millenni ha inciso e scolpito l’omonimo Altopiano. Questo tavolato accidentato, corroso, scavato in molteplici direzioni, è come lo scheletro d’America che affiora mostrando l’avvicendarsi e sovrapporsi di epoche, l’azione di sommovimenti tellurici, la violenza esplosiva di fenomeni vulcanici, il lento, reciproco lavorio delle interazioni atmosferiche. Partendo con i must to see celebri nel mondo, non si può che citare per primo il Grand Canyon, uno dei National Park più visitati degli USA, con oltre 5.5 milioni di accessi all’anno. Non si tratta di una semplice gola, ma di una fenditura dall’aspetto apocalittico, lunga circa 450 km (per intenderci, la si potrebbe percorrere senza interruzioni da Milano ad Ancona) larga, variabilmente, tra i 500 metri e i 29 km, e con una profondità che arriva a sfiorare i 1900 metri. Il poderoso spaccato di rocce sedimentarie è un libro la cui complessa stratigrafia mostra tracce risalenti anche a 500 milioni di anni fa, un intero processo di orogenesi fossilizzato in una stasi apparente. Tra le esperienze migliori da vivere nel Grand Canyon citiamo il famoso skywalk, balcone di cristallo sospeso a 1200 metri, nel West Rim (il meno noto e battuto rispetto agli orli North e South), una veduta panoramica da Guano Point, oppure un entusiasmante giro in elicottero. Imperdibili anche la camminata lungo il Bright Angel Trail, percorso di 15 km che ricalca una pista nativa, e una puntata al Desert View Watchover, torre costruita nel 1932 in stile pueblo.

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L’Horseshoe Bend, curva del Colorado River 

Seguendo verso Nord le anse del Colorado River, si giunge a un’altra icona naturalistica dell’Arizona, l’Horseshoe Bend: nient’altro che un meandro del fiume che disegna un strettoia a forma di ferro di cavallo, come dice il nome, una U perfetta, serpeggiante in mezzo a pareti scoscese, dai colori tenui. Poco più a monte del corso fluviale, vicino a Page, merita una vita anche il Lake Powell, specchio d’acqua a cavallo con lo Utah riempitosi a partire dal 1966 per lo sbarramento formato mediante la Glen Canyon Dam. Si può sorvolare questo invaso artificiale assistendo allo spettacolo di un canyon inondato, nel quale si riflette il cielo terso del Southwest.

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Lo stretto corridoio dell’Antelope Canyon

Poco a Sud del Lake Powell è localizzata un’altra “opera d’arte” generata dall’inconsapevole genio creativo della natura, vale a dire l’Antelope Canyon, forse il più fotografato al mondo nel suo genere geologico, quello dello “slot canyon”, risultato della caparbia pressione dell’acqua: ti parrà un labirinto magico questo corridoio lungo, nella sua articolazione complessiva, circa 600 metri, profondo 37 e molto stretto, quasi angusto, le cui pareti d’arenaria sembrano appena modellate dal passaggio di un onda, con le loro curve lisce che hanno la consistenza di magma solido e la lucentezza fragile dell’alabastro (simile, nei paraggi, è da vistare The Wave). Sempre attraversata, al pari del Lake Powell, dalla linea netta che demarca Arizona e Utah, e ugualmente inclusa all’interno del territorio Navajo, è la Monument Valley, lo sfondo per eccellenza dell’immaginario Western, si pensi ai film di John Ford: troverai perciò molto familiare l’altopiano rugginoso, nota cromatica dovuta alla la presenza di estesi accumuli di ossido di ferro, costituito dall’antico letto del Colorado, punteggiato di magnifici monoliti detti “butte” e, in termini scientifici, testimoni d’erosione.

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Le iconiche “butte” della Monument Valley

Giusto il tempo di una sosta al Four Corners, il quadruplice confine a croce in cui si toccano Arizona, Utah, Colorado e New Mexico, prima di giungere a un’altra meraviglia geologica, il Canyon de Chelly, noto soprattutto grazie all’arte rupestre nativa, della quale parleremo nella sezione apposita: qui va senz’altro ammirata la Spider Rock, un grattacielo naturale d’arenaria, composto da due colonne, che con la più alta arriva a toccare i 229 metri d’altezza. Sulla sua sommità, secondo i Navajo, risiederebbe la principale divinità del loro pantheon, Sussistanako, la “donna ragno” o “vecchia donna ragno”, “Na’ashjéii Asdzá”, che compare in numerose cosmogonie amerinde quale artefice della terra e del cielo, la tessitrice del loro ordine immutabile. Autentico best kept secret è invece la foresta di “hoodoos”, i nostri camini delle fate, del Coal Mine Canyon, mentre nel Petrified Forest National Park, in uno scenario marziano, il paesaggio svaporerà nelle sue pure componenti chimiche, assemblate in una composizione salina, fatata: meravigliose le striature colorate del Painted Desert che si ammirano passeggiando attraverso tronchi fossili antichi 200 milioni di anni. Irrinunciabili, in direzione Flagstaff, sono altre tre mete: Meteor Crater, un avvallamento formato 50.000 anni fa dallo schianto di una massa di ferro e nichel la cui forza d’impatto è paragonabile a quella di 600 bombe di Hiroshima; Sunset Crater, National Monument che protegge l’impressionante “cono di scorie”, termine scientifico che sta ad indicare un cumulo di detriti lavici solidificati che presentano alla sommità una cavità simile a un cratere, alto 340 metri sulla piana circostante; le Dinosaur Footprints, impronte lasciate circa 193 milioni di anni fa da esemplari di dilofosauro in un terreno all’epoca fangoso e palustre.

I deserti – Sud Arizona

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Gli inconfondibili cactus del Saguaro National Park

Passiamo ora ai deserti, estesi nella porzione centro-meridionale dello Stato, a Sud del Gila River, nota come Baja ArizonaGadsden. Qui si trova un altro simbolo della regione, la Carnegiea gigantea, cioè il Saguaro, il cactus gigante (arriva ad essere alto 13 metri) con le braccia a candelabro, ritratto, ad esempio, nei cartoons di Wile E. Coyote e Beep Beep. Abbiamo parlato di deserti, ma propriamente, nonostante varie denominazioni particolari, in quest’area tutto rientra nel grande ecosistema di Sonora. Per scoprire ogni dettaglio su un ambiente estremo ma ricco di risorse nascoste, armonizzate in un equilibrio delicatissimo, è consigliabile un tour dell’Arizona-Sonora Desert Museum di Tucson:

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Esemplare del temibile mostro di Gila

l’esposizione di 400.000 metri quadrati che si sviluppano in larga parte outdoor fondendo in un unico, entusiasmante percorso i concetti di zoo, giardino botanico, galleria d’arte, museo di storia naturale e acquario, raccoglie 230 specie animali (tra i quali i coyote e pericolose specie di rettili velenosi, come il mostro di Gila e vari tipi di crotali) e oltre 1200 tipi di piante, rappresentate da ben 56000 individui, oltre spaccati geologici e paleontologici. Alle porte di Tucson si accede al Saguaro National Park, circa 37000 ettari di area protetta nella quale i mitici cactus si confondono progressivamente alle foreste di conifere delle Rincon Mountains. Altre aree desertiche dell’Arizona, più defilate ma altrettanto interessanti, sono, verso Nord, la Tondo National Forest, maestoso scenario di affioramenti rocciosi e sabbia dove, a causa della differenza altimetrica, i Saguaro lambiscono i boschi di Pinus Ponderosa del Mogollon Rim, mentre decisamente più sahariano è l’aspetto del deserto di Yuma, al confine con California e Messico: le sue dune di sabbia furono scelte da George Lucas, ne Il ritorno dello Jedi del 1997, quale set del grande pozzo di Carkoon, la voragine da cui si dimenano i tentacoli spaventosi del Sarlacc, mostro onnivoro pronto a triturare qualsiasi malcapitato nel suo gigante, orrendo becco. E’ tempo di una canzone. Infatti nel deserto di Sonora è ambientato un componimento scritto nel 1907 da Charles Badger Clark, “poeta cowboy” del South Dakota, musicato e interpretato da grandissimi artisti: Spanish is the Loving Tongue, “Lo Spagnolo è la lingua dell’amore”, il racconto di un’avventura dolce, ormai conclusa, che vive nel ricordo malinconico dell’uomo in fuga verso i confini. Da ascoltare, possibilmente nella versione di Bob Dylan.

I Nativi tra archeologia e vita di villaggio

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Montezuma Castle, ardito esempio di architettura pueblo ancestrale

Il quadro etnico precolombiano dell’Arizona è analogo a quello degli altri Stati del Southwest. Le testimonianze di frequentazione umana risalgono ad almeno 12.000 anni fa e ci parlano di diverse fasi di civiltà. I gruppi più noti sopravvissuti fino ai giorni nostri, Navajo e Hopi (i primi stimati in circa 150.000 individui, i secondi soltanto in 6000), cui si aggiungono una ventina di tribù, si sono insediati a partire dal 1500 nei canyon del Nord, dove risultano preceduti dai maestosi resti architettonici degli Anasazi, i cosiddetti “popoli ancestrali” in lingua Navajo, misteriosamente scomparsi (gli Hopi sembrano i più affini alla loro cultura). Testimonianze archeologiche di incisioni rupestri, petroglifi, articolati pueblo ricavati in fianchi rocciosi di gole, nonché stili di vita esistenti e ancora tenacemente ancorati alle proprie immemorabili tradizioni, forse proprio in quanto a rischio d’estinzione, ti accompagneranno nell’indagine di una stratigrafia antropologica fusa, nel paesaggio, a quella geologica. Sarebbe vano tentare di rendere conto di tutte le emergenze archeologiche dell’Arizona, se mai è stata tentata una mappatura completa di un territorio tanto complicato.

Granai Pueblo lungo il Nankoweap Trail del Grand Canyon, Arizona
I granai ancestrali del Grand Canyon

Partendo dal Grand Canyon, ricchissimo di evidenze che confermano un suo popolamento ininterrotto, meritano una visita i granai pueblo arrampicati su un fianco del North Rim che domina il Nankoweap Trail, percorso che si inerpica per circa 23 km lungo il corso del Colorado e copre un dislivello dagli 850 ai 2800 metri d’altezza: gli spettacolari edifici, simili a eremi cristiani, sono ascrivibili al cosiddetto Periodo Formativo, facies culturale protrattasi dal 500 al 1500 della nostra era e caratterizzata dal sopravvenire di uno stile di vita più sedentario, connesso alla coltivazione del mais, di cui sono pregevoli esempi ceramiche e resti di villaggi. L’Arizona può vantare alcuni dei più spettacolari “dwellings”, gli insediamenti abitativi degli Anasazi, di tutti gli USA. Le tipologia architettoniche sono abbastanza comuni: costruiti all’interno dei canyon o su pareti di “mese”, questi pueblo, risalenti di solito al 1200, sono dominati da grandiosi archi di arenaria che creano un riparo dalle intemperie e si sviluppano simili ad alveari fatti da cellette squadrate tra le quali si aprono i cerchi delle “kiva“, edifici dal valore rituale e sacro.

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Villaggi rupestri nel Navajo National Monument

Un magnifico esempio è il Navajo National Monument, con i suoi villaggi, espressione della cosiddetta “Tsegi Phase”, dal nome del canyon non distante da Kayenta che esplorerai mediante il Sandal Trail: il sito ti lascerà stupefatto  grazie ai complessi abitativi di “Keet Seel”, in lingua Navajo “case rotte”, e “Betatakin”, la “casa costruita su una cornice”, mentre gli Hopi, anch’essi frequentatori del luogo, lo ribattezzarono “Talastima”, il “posto della spiga di grano”. Altissima concentrazione di testimonianze archeologiche si trova nel Canyon de Chelly National Monument, dove, abbiamo già visto, secondo i Navajo vivrebbe “Sussistanako”, la donna ragno suprema divinità tessitrice dell’Universo. Qui potrai fare un salto al 2500 a.C. grazie alla Petroglyph Wall, testimonianza eccezionale della fase arcaica della civiltà anasaziana, quando gli abitanti di questo reticolo di profonde fenditure vivevano principalmente di caccia e raccolta: sulla parete decifrerai decine di figure, ora antropomorfe ora animali, nonché enigmatiche spirali di cerchi concentrici che forse alludono al ciclo del divenire cosmico.

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La White House al Canyon de Chelly

Più recente è la scenografica White House, così denominata, in consonanza con il Campidoglio di Washington, per il colore della calce con cui sono tinteggiate le sue pareti. Il complesso architettonico, occupato tra il 1060 e il 1275, si articola in una porzione posta ai piedi della scogliera e di un osservatorio ricavato all’interno di una cavità che si apre nello strapiombo di quasi 130 metri d’altezza. Nulla da invidiare a Petra. Di un ciclo di pittogrammi, invece, abbiamo addirittura una plausibile data, il 1805,  quando il tenente Antonio de Narbona penetrò nelle gole e uccise oltre 115 Navajo asserragliati nel Canyon del Muerto, nella cosiddetta “Massacre Cave”, la grotta del massacro. Un senso di inquietudine, di rovina imminente incombe sulle pitture di uomini a cavallo che indossano cappelli e tabarri ricamati con croci, mentre impugnano fucili e sono seguiti dai cani.

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Pittogrammi nel Canyon de Chelly con i conquistadores spagnoli

L’istantanea di un massacro. Importante è anche il Wutapki National Monument, pueblo che, a differenza di quelli visti sino ad ora, sorge al centro dell’altopiano del Painted Desert vicino a Flagstaff, sicché le strutture abitative non sono ricavate all’interno di cavità, ma si innalzano come sentinelle nella prateria. I precolombiani artefici di Wutapki erano i Sinagua (in spagnolo “senz’acqua”), gravitanti nella galassia della cultura Mogollon, vissuti tra 500 e 1550 d.C.. Gli stessi che edificarono l’esempio forse più straordinario, per arditezza del sito e conseguente difficoltà tecnica, di “cliff dwelling”, il cosiddetto Montezuma Castle, protetto da un National Monument voluto esplicitamente dal Presidente Theodore Roosevelt. Ti chiederai come facciano a restare in equilibrio quelle pareti fortificate in pietra e calce, sospeso a strapiombo a quasi 40 metri per sfuggire alle piene stagionali del Beaver Creek. Nessun mistero, semmai raffinatissime cognizioni ingegneristiche possedute dai Sinagua, dei quali non bisogna perdersi anche un’altra importante testimonianza, vale a dire il Tuzigoot National Monument, altro caso di pueblo eretto in posizione forte vicino a un fiume, in questo caso il Verde River: il suo impianto di tre piani e 110 stanze, dall’aspetto fortificato,  ti ricorderà gli insediamenti minoici di Creta o certe cittadelle dell’Anatolia. Un best kept secret Sinagua, forse meno spettacolare ma altrettanto interessante, è Walnut Canyon National Monument, un insieme di piccoli vani ricavati in una gola a 2000 metri d’altezza.

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Casa Grande National Monument, nel deserto di Sonora

Non pensare che il deserto di Sonora non possa regalare frammenti di storia. Infatti ad attenderti ci sono i resti possenti del Casa Grande Ruins National Monument, dal nome dato a un imponente edifico costruito in caliche, calce diffusa sui suoli aridi, dal missionario gesuita italiano Eusebio Chini (lo ritroveremo fra poco), primo Europeo a vederla nel 1694. La struttura, durante il XIV° secolo, a cavallo delle facies culturali Pueblo III e Pueblo IV, era il centro nevralgico di un reticolato complesso di canali irrigui costruiti e gestiti dagli indigeni Hohokam, una sorta di punto di riferimento politico e agricolo, a metà strada tra il palazzo e la fattoria. Non solo archeologia. Come dicevamo l’Arizona presenta una cospicua popolazione nativa con la quale, nel rispetto del loro mondo etico e valoriale, è possibile entrare in contatto. Ad esempio facendo visita ai pueblo degli Hopi, discendenti diretti dei popoli ancestrali Anasazi il cui etonimo significa “gente pacifica”: percorrendo la Arizona State 264, tra mese e canyon, incontrerai i villaggi sospesi nel tempo di Moenkopi, Walpi, Sipaulovi e, soprattutto, un’affascinante società tribale e matriarcale, basatasi per secoli su un’agricoltura essenziale, dove scoprire i meravigliosi prodotti artigianali, specie quelli fittili, resi famosi nel mondo dalla scultrice di fine 800 Nampeyo, nonché le katsina, statuette di legno variopinto che rappresentano demoni e dei. Se avrai voglia di fare dello shopping nativo, imperdibile è la Hopi House del Grand Canyon Village, edificio costruito a inizio 900 dall’architetto Mary Colter con una precisa fedeltà al modello abitativo dei Pueblo che ospita una galleria artigianale ricchissima. Sebbene non direttamente collegato alle comunità native, ma prezioso per approfondire il loro folklore musicale, segnaliamo infine Musical Instrument Museum di Phoenix la più grande esposizione al mondo nel suo genere: il suo obiettivo è quello di preservare e promuovere, mediante gli strumenti, le tradizioni musicali dei più diversi popoli (uno che se ne intende, Carlos Santana, ha dichiarato che il MIM gli ha fornito decisive fonti d’ispirazione).

L’Arizona tra le Missioni e l’Old Wild West

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San Xavier del Bac, Tucson, il capolavoro barocco degli USA

Analogamente a buona parte del Southwest, anche in Arizona la penetrazione coloniale spagnola nel corso del 1500 ebbe come avanguardia i missionari religiosi. Se il primo contatto con i Nativi fu quello del francescano spagnolo Marcos de Niza, nel 1549, l’azione decisiva la si deve al gesuita tirolese – italiano Eusebio Francesco Chini, nato a Segno, in Val di Non, nel 1645. Esploratore, geografo, astronomo, il prelato fu un instancabile fondatore di missioni, quei nuclei produttivi religiosi che si proponevano quali cellule vitali di una palingenesi dell’originario ideale cristiano, modello elogiato da un noto anticlaricale del calibro di Voltaire col titolo di “trionfi dell’umanità”. Gli Indigeni, che lo chiamavano “il contadino nero”, vi ricevevano protezione e un’educazione non solo morale-teologica, ma anche notevoli precetti tecnico-pratici. Chini, qui noto come Kino, istituì, specie nell’area di Sonora, oltre 20 missioni, varie parrocchie rurali e contribuì notevolmente alla conoscenza europea del territorio (fu lui, ad esempio, il primo a dimostrare che la Baja California era una penisola, e non un’isola, secondo la credenza diffusa sin da Hernán Cortés).

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La Mission di San José de Tumacacori, altro gioiello di Padre Chini

La più magnifica tra le sue fondazioni, sorta nel 1692 e completamente rinnovata tra 1783 e 1797, è senz’altro San Xavier del Bac, vicina a Tucson, l’indiscusso capolavoro barocco, o meglio “neorinascimentale iberico”,  degli Stati Uniti. La superba facciata facciata bianca, dallo sviluppo orizzontale, la cui parte centrale in pietra è riccamente decorata con statue e fregi floreali, è solo il preludio dell’interno, un trionfo di decori lignei policromi che troverà il proprio culmine nell’altare. Da notare la statua di Kateri Tekakwith, la prima nativa americana proclamata Santa dalla Chiesa Cattolica. Nel centro di Tucson  merita una toccata la Cattedrale di Sant’Agostino, capolavoro barocco con un’interessante iconografia (insegne papali di Pio XI affiancate da piante tropicali, come la yucca e il saguaro) e un maestoso interno, che può accomodare oltre 1200 fedeli e ospita un crocifisso ligneo del 1200. Autentico gioiello è il Tumacácori National Historical Park, area che preserva ben tre missioni: la prima, San Cayetano, fondata da Chini, fu rimpiazzata a metà 700, a causa delle devastazioni della rivolta Pima, dal gioiello francescano di Mission San José de Tumacácori, e poi ricostruita nel 1756, salvo presentarsi oggi come rudere.

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L’O.K. Corral di Tombstone, teatro della più famosa sparatoria del West

Da questo clima sospeso tra la spiritualità mistica e la polvere del Vicereame, passiamo a all’atmosfera ben più cruenta dell’Old Wild West, che in Arizona visse pagine memorabili. Ad esempio la sua più famosa sparatoria, avvenuta presso il mitico saloon O.K. Corrall di Tombstone, all’epoca un agglomerato di baracche e bordelli, il  26 ottobre del 1881: uno show quotidiano, all’interno dello storico locale, fa rivivere la scena immortalata da vari film, realizzati dal 1946 ai giorni nostri, con giganti del calibro di Henry Fonda, Burt Lancaster, Kirk Douglas, Kurt Russell, Kevin Costner. Sempre a Tombstone va visitata un’altra chicca legata al West, cioè la pianta di rosa più grande del mondo, della varietà cinese “banksiae”, piantata da una giovane moglie scozzese. Per sentirsi appieno nel West, niente di meglio degli Old Tucson Studios, il set cinematografico di decine di film a partire dal 1939. Sfiziose possono essere anche una giornata all’Hualapai Ranch e una visita alle cittadine di Oatan (magari per l’Oatman Egg Fry del 4 luglio, quando si fa cuocere un uovo sotto il sole rovente) e Winslow, immortalata da “Take it easy” degli Eagles.

Astronomia e aeronautica spaziale

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Kitt Peak Observatory, vicino a Tucson

L’Arizona, una delle aree più selvagge, remote e buie degli States, è un vero e proprio paradiso per la scienza astronomica che, qui, vanta alcuni dei principali Osservatori degli USA. D’altronde già i Nativi erano soliti scrutare con attenzione i movimenti dei cieli, e questa tradizione proseguì con i notevoli studi del Chini. Un tour astronomico della California può prevedere queste tappe. In primis il Lowell Observatory di Flagstaff, Arizona, inserito dal Time nella lista dei 100 luoghi più importanti al mondo. Qui d’altronde sono stati scritti episodi cruciali nella storia della scienza contemporanea, su tutti la scoperta del pianeta nano Plutone (allora considerato un “pianeta” a tutti gli effetti), osservato per la prima volta nel 1930 da Clyde William Tombaugh dopo che proprio il fondatore ne aveva già postulato l’esistenza. Le conquiste non si limitano a questa, ma includono gli anelli di Urano, le tre più grandi stelle conosciute, la presenze di acqua su un satellite di Giove, Ganimede, complessi calcoli sulla velocità delle galassie che hanno aperto la strada alle teorie sull’espansione dell’universo. Non solo gloria trascorsa. Infatti il futuro del Lowell è il moderno Discovery Channel Telescope, gigante da 4,3 metri di diametro, inaugurato nel 2012 poco lontano da Flagstaff, su un altopiano a oltre 2300 metri d’altezza. Importantissimo il Fred Lawrence Whipple Observatory, inaugurato dal grande astronomo di Harvard che gli dà il nome nel 1968 su un picco di 2600 metri delle Santa Rita Mountains: la struttura vanta l’MMT, cioè Multiple Mirror Telescope (gestito dallo Smithsonian), anche se dal 1998 il riflettore ha subito una profonda ristrutturazione, passando da sei specchi di 1.8 metri di diametro a un unico con l’apertura di 6.5 metri, nonché il VERITAS, sigla di Very Energetic Radiation Imaging Telescope Array System, un complesso aperto nel 2004 di 12 IACT, i telescopi utilizzati per studiare i raggi gamma.

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Le notti d’Arizona

Anche il Vaticano è arrivato in Arizona attratto dalle sue notti, presso il Mount Graham International Observatory, la cui costruzione, patrocinata dall’Università dell’Arizona, iniziò nel 1989. Si tratta di uno dei principali centri di ricerca al mondo, visitabile da metà maggio a ottobre, grazie al Vatican Advanced Technology Telescope,  tubo gregoriano di 1,83 metri di diametro, dipendente dalla Specola di Castel Gandolfo, mentre l’Ateneo di Tucson gestisce il potente radiotelescopio Heinrich Hertz Submillimeter, che misura 10 metri, e in cooperazione con istituti di ricerca internazionali lo straordinario Large Binocular Telescope, assemblato tra 1996 e 2004 in Italia e trasportato via Oceano in America, tra i più potenti nel suo campo grazie a due occhi di 8,4 metri. Il più grande telescopio solare al mondo, il McMath–Pierce, con l’avveniristica struttura a rampa, lunga 30 metri, si trova invece al Kitt Peak National Observatoryil più grande del mondo tra quelli di tipo misto, vantando 24 telescopi ottici (celebre il Nicholas U. Mayall)  e 2 radiotelescopi. Il Mount Lemmon Observatory, all’interno della Coronado National Forest, mette a disposizione durante le Skynights uno Schulman di 81,28 centimetri: comunque è l’intero complesso ad essere ricco di gioielli astronomici, appartenenti a vari istituti di ricerca e accademici. Dal riflettore Steward Observatory Telescope Cassegrain di 1.52 metri di apertura all’altrettanto grande Dall–Kirkham Cassegrain dell’Università del Minnesota.

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Davis-Monthan, il più grande cimitero di aerei al mondo, a Tucson

Dall’astrofisica pura passiamo all’aeronautica spaziale. Infatti anche in questo settore l’Arizona ha delle sorprese da riservarti. Un luogo davvero speciale è la Davis–Monthan Air Force Base di Tucson, un campo con oltre 4400 velivoli militari dismessi o in attesa di riparazione che ne fanno il più grande cimitero di aerei al mondo. In clima Guerra Fredda, invece, c’è il Titan Missile Museum, a Sahuarita. Si tratta di un “launch control center”, centro di controllo per il lancio del razzo, disposto su tre livelli: un silo tecnologico di tunnel, sale di comando, pulsantiere, fino al gigante Titan II, lungo 31 metri, oggi privo del suo contenuto atomico, la bomba W53. Grazie alle guide rivivrai l’atmosfera di continuo stato di allerta che si respirava all’interno di quella che fu la più grande base di lancio mai attiva negli Stati Uniti e che toccò il proprio acme nel il 22 novembre 1963, anno dell’inaugurazione, in occasione dell’uccisione di Kennedy, dato il clima di caos generale che poteva favorire un attacco sovietico. Passando nel terreno della fantascienza e dell’ufologia, bisogna ricordare che a Snowflake  si ricollega  un celebre, quanto controverso, caso di abduction, secondo la classificazione Hynek un incontro ravvicinato del IV tipo. Vittima del presunto rapimento alieno, avvenuto nel 1975 e raccontato nel 1993 dal film Fire in the Sky, fu l’allora ventiduenne falegname Travis Walton, trascinato all’interno di un disco volante da un potente fascio di luce mentre lavorava, insieme a dei colleghi che furono testimoni oculari del fatto, alla manutenzione del verde nella Apache-Sitgreaves National Forest. Giorni e giorni di ricerche in elicottero da parte della polizia tra i boschi non valsero a rintracciare il giovane che si temeva fosse stato vittima di un omicidio insabbiato con il racconto dell’UFO. Cinque giorni dopo Travis, scampato inspiegabilmente alle gelide notti di novembre con indosso soltanto una maglietta, tornò dalla “gita” aliena. Il suo libro The Walton Experience ne costituisce ancora il resoconto più diretto e ricco di dettagli.

L’Arizona utopica e New Age

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Taliesin West, l’Accademia nel Deserto di Lloyd Wright

Ormai si è capito. L’Arizona è una terra straniante, pare il frutto di una serie di rispondenze arcane, una simbologia di apparenze pure, accecanti come il deserto, profonde come la notte gelida. La patria di popoli misteriosi e genti che vivono secondo un ritmo mitico, una concezione circolare e rituale del tempo, simile al serpente loro sacro (si veda il classico di antropologia di Aby WarburgIl rituale del serpente). Non a caso, dunque, l’Arizona è stata meta, nel corso del XX° secolo, di artisti visionari che vi cercavano il laboratorio creativo per rispondere alle grandi sfide dell’età contemporanea, progettando modelli architettonici, urbanistici e civili in grado di superare le contraddizioni della società consumistica globale. Primo fu il grande Frank Lloyd Wright che nel 1937  decise di installarvi un complesso che avrebbe avuto la funzione di residenza invernale e cenacolo per i suoi allievi, Taliesin West (per distinguerla da quella East, l’abitazione-studio in Wisconsin). A quanto pare il padre del Movimento Moderno e dell’Architettura Organica avrebbe esclamato, di fronte al deserto di Scottsdale: “Oh, dobbiamo costruire qui, dovunque guardi non si vede che pura astrazione.” Taliesin West, in effetti, assomiglia a un frutto spontaneo dell’altopiano. Un collega italiano di Lloyd Wright, Paolo Soleri, si spinse ancora più avanti, in base ai principi dell’arcologia, la cui idea di fondo è di creare edifici sostenibili, inclusivi di un ecosistema interno, capaci di ospitare un’elevata popolazione (si pensi al progetto della Piramide di Tokyo che dovrebbe accogliere 750.000 abitanti in una struttura alta 2.004 metri): la sua “utopia”, nel senso più platonico e concreto del termine, Arcosanti,  è una città ideale incompiuta che avrebbe dovuto essere, o forse sarà, un unico complesso abitativo destinato al lavoro, al gioco, al riposo: si resta estasiati esplorando questa testimonianza architettonica che fonde stilemi classici, in particolare imperiali, in una visione quasi fantascientifica.

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Biosphere 2

Analoga la concezione di fondo di Biosphere 2, a Oracle, una serra ipertecnologica che racchiude al suo interno tutti gli ecosistemi terrestri. L’ambizioso progetto è nato tra 1987 e 1991 per studiare la possibilità di intraprendere delle colonizzazioni dello spazio, onde ricreare su pianeti lontani condizioni favorevoli allo sviluppo della vita umana. I tentativi di insediarvi delle piccole comunità di nostri simili, nel contesto di esperimenti psicologici, non sono però fino ad oggi andate a buon fine. Un’atmosfera New Age e fantascientifica ti attende a Sedona, in uno scenario paesaggistico che, secondo queste teorie, sarebbe l’incrocio di potenti flussi energetici, captati dall’avveniristica chiesa Holy Cross Church.

Qualche consiglio utile

arizona_infoutili_mapL’aeroporto internazionale principale dello Stato è lo Sky Harbor di Phoenix, a 5 km dal centro cittadino. L’Arizona è facilmente raggiungibile da tutti gli scali del West, California in particolare. Come nel resto degli USA i collegamenti stradali si presentano in condizioni eccellenti. Il periodo migliore, considerato alta stagione, è l’inverno boreale, date le temperature miti. Anche l’estate, nonostante sia calda, risulta tollerabile perché asciutta e secca.

 


2 thoughts on “Arizona: cosa vedere nel Grand Canyon State

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