Intervista a Marco Berchi, giornalista di viaggio per La Stampa e la Repubblica

Fluidblog è lieto di ospitare Marco Berchi, noto giornalista di viaggi che recentemente ha collaborato con Fluidtravel.it narrando esperienze vissute sul campo.

Una vita da cronista. A raccontare ciò che si registra giorno per giorno, incontrando la gente nel suo habitat consueto. Senza sintesi zenitali né deroghe al rigore. Seguendo i due imperativi incrociati dell’ascolto e dell’autopsia (nel senso letterale di una verifica diretta, oculare, dei fatti), come insegnava già Erodoto che, stando a un bel libro di Ryszard Kapuściński, fu il primo reporter della storia.

marco_berchi_fotoCosì si potrebbe racchiudere la storia umana e professionale di Marco Berchi. Nato a Biella nel 1959, dopo la laurea in Scienze dell’Informazione all’Università di Torino si è subito dedicato al giornalismo. Dal 1991 al 2003 è stato Direttore Responsabile de il Biellese, lo storico giornale fondato nel 1882, il più letto nella popolosa provincia piemontese, per poi assumere, tra 2003 al 2011, la direzione di Qui Touring e di Speciale Qui Touring, ricoprendo la funzione di responsabile del centro Studi, Ricerche e Periodici del Touring Club ItalianoIn seguito è diventato giornalista freelance di viaggi per le maggiori testate italiane, Messaggero, la Repubblica, AvvenireLa Stampa. Recentemente ha scritto i testi di due app monografiche sul Colorado e su Philadelphia pubblicate da LatitudesLife. Ha gestito per anni un blog confluito in una pagina Facebook molto attiva e stimolante. Grande appassionato di montagna e alpinismo, i suoi racconti si concentrano spesso sui microcosmi che si incontrano ad alta quota (vedi sul nostro sito il ranch della biodiversità in Colorado, l’incantevole Telluride, sulle Rocky, e i loro Maroon Bells, vicino ad Aspen) nonché sugli spaccati marginali, meno noti, delle grandi aree metropolitane. Con un’attenzione spiccata ad ogni singola voce, alla molteplice ricchezza della realtà storica e sociale e alla sua interazione col mercato del turismo.

Dal 2016 ha iniziato una collaborazione con Fluidtravel by Alidays per raccontare alcune esperienze di viaggio vissute in prima persona. Ne scopriremo qualcuna nel corso dell’intervista che abbiamo deciso di sottoporgli, al fine di ottenere un’immagine più globale del suo lavoro di travel writer e della vocazione intellettuale e biografica che lo alimenta.

Da dove viene la sua passione per il viaggio e l’idea di conciliarla con la sua attività di giornalista professionista?

marco_berchi_1Non sono un viaggiatore compulsivo né amo atteggiarmi a viaggiatore tout court; anche perché spesso in tali atteggiamenti c’è una nota di snobismo rispetto ai turisti che non mi appartiene. Dico sempre che turisti, viaggiatori (e ingegneri, falegnami…) non esistono in sé e per sé: esistono le persone che viaggiano, fanno turismo, progettano ponti e trattano il legno. Comunque, devo il piacere e il gusto del viaggio – massì, da turista – alla mia famiglia: sin da bambini, i miei genitori hanno abituato me e mio fratello a lunghe vacanze estive in auto in giro per l’Europa. Sono state esperienze profondamente formative, tanto che con mia moglie le abbiamo riproposte ai nostri figli, con successo. Compatibilmente con le disponibilità economiche, quindi, ci siamo sempre mossi, riducendo al minimo le vacanze “stanziali”. Per quel che riguarda la professione, la carriera mi ha portato a fare un giornalismo umile, da cronista, alle prese con la vita concreta della gente. Non è un vanto né un merito: è andata così.
È per questo che amo definirmi un cronista che si occupa di viaggi e turismo. Vedere, raccontare, fornire un punto di vista, un’angolatura, uno spunto, “metterci la faccia”: sono un po’ questi i canoni del mio lavoro. E siccome ho iniziato tardi — prima facevo il cronista e stop, magari anche in ruoli direttivi — non ho come molti colleghi archivi sterminati e curriculum di viaggio planetari. Anche perché ho i miei gusti e le mie preferenze e competenze, che mi portano a selezionare temi e destinazioni. Non sono un tuttologo.
Tornando al viaggio, una delle cose che patisco di più durante i reportage è di essere da solo, magari anche nell’ambito di un viaggio professionale di gruppo: si vedono cose talmente belle che è un peccato non poterle condividere immediatamente con chi ti è vicino nella vita e con gli amici.

Cosa cerca durante un viaggio? Incontri umani, storie, aneddoti, tradizioni o paesaggi e avventura? Ci può fare un esempio che l’ha particolarmente colpita?

Come dicevo, faccio il cronista. Non compilo guide né curo enciclopedie. E una buona regola del cronista è tenere sempre presente che in un articolo non si può dire tutto; non si può comprimere la grandezza della realtà in 100 righe. Quindi, in una destinazione, bisogna scegliere, puntare su una cosa, farla diventare la chiave del proprio racconto; sarà poi il lettore ad aggiungere il resto. Questo è quello che cerco, e non sempre lo trovo. Quindi non esiste una pista di ricerca fissa, anche perché i fattori in gioco sono sempre molti e imponderabili: stai in un posto 24 o 48 ore, il meteo può essere brutto, magari hai il raffreddore. La vera cosa importante è tenere gli occhi aperti. E avere anche un po’ di fortuna, naturalmente. Come quella volta che in South Dakota dovevo fare alcune centinaia di miglia di strada dritta come un fuso lungo la prateria per spostarmi da una città all’altra, da solo, in auto.

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Una batteria di missili intercontinentali in una fattoria del South Dakota… un racconto di Marco Berchi per Fluidtravel

A un certo punto, mentre procedo quasi ipnoticamente a 65 miglia all’ora, vedo per caso un cartello che indica “Minuteman Missile Base”. Inchiodo e torno indietro. Era ed è un sito del National Park Service che mostra al pubblico un’ ex stazione di lancio di missili balistici intercontinentali installati all’interno dei silos di un ranch, per camuffarli dallo spionaggio sovietico. Non era nel mio programma e non ne sapevo nulla. Decido di fermarmi e di visitarla: ne è nato un servizio da una pagina su un quotidiano. E ora ho visto che nel prossimo viaggio stampa internazionale l’Ente del Turismo del South Dakota lo ha inserito nel programma ufficiale per i giornalisti…

Un episodio di un suo viaggio che ha rappresentato quanto di più distante e antitetico abbia mai visto rispetto al suo mondo di provenienza, alla sua cultura e mentalità?

Bella domanda. Non ho grandi esperienze di culture esotiche. Una volta in Perù l’autista del bus che ci portava da Cuzco a Puno, dopo aver urtato una ragazza procedendo a una velocità di 80 km orari — sul momento tutti pensammo che l’avesse investita e uccisa — non aveva fatto il minimo cenno di fermarsi.

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Un ricordo “peruviano” di Berchi

Solo dopo le nostre proteste, acconsentì a tornare indietro facendoci capire a mezze frasi che non aveva voluto disturbare noi, clienti, che eravamo molto più importanti di quella insignificante bambina. Lì ho capito che troppe volte diamo per scontato il valore della singola vita umana che, seppur tra mille contraddizioni e debolezze, è ancora un caposaldo della civiltà occidentale, e che è alla base del welfare e di tanti altri aspetti della nostra organizzazione sociale. Il 118 nel mondo non è una regola, è l’eccezione. Anche se in Perù le cose sono migliorate di molto.
Inoltre, non dimentico mai che un conto è essere, anche per lungo tempo, in un posto come turista, un conto è viverci. Sembra banale ma è importante. Provate a confrontare, nella metropolitana di una grande città, le facce di una famiglia di turisti e quelle dei loro vicini pendolari che vanno al lavoro. Eppure stanno percorrendo lo stesso itinerario…

Lei nel 2011 ha vinto un premio da US Visit per il miglior reportage sugli States. Ce ne parla?

Fui invitato da un tour operator a testare una nuova formula di viaggio proposta in diversi itinerari negli States. La chiamavano Air cruise e si trattava di un tour per piccoli gruppi in cui gli spostamenti avvenivano non in bus o su voli di linea ma su un aereo privato, con trattamenti e tempi di viaggio da veri vip.

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In volo sulle Niagara Falls

La formula era interessante perché un intelligente incastro dei movimenti del velivolo, che nella stessa giornata operava trasportando diversi gruppi di turisti, permetteva di tenere bassi i prezzi. Insomma, partimmo da New York e finimmo a Washington – eravamo io e due coppie di italiani — su un biturboelica passando da Niagara e dalla Pennsylvania, con grande soddisfazione. Facile scriverne un reportage che prese una doppia pagina di Repubblica e che ebbe un certo successo. Non so se quella formula di viaggio sia ancora attiva.

Nei suoi articoli giornalistici sugli States spesso si sofferma su luoghi rappresentativi della stagione della Guerra Fredda, quali Library legate a Presidenti particolarmente importanti (vedi le tre esperienze Fluidtravel relative a quelle di Kennedy a Boston, Carter ad Atlanta e Reagan in California) o la succitata Minuteman Missil Base. È questo un suo interesse specifico? Ce ne indica i motivi?

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L’interno della Kennedy Presidential Library

È un interesse nato in parte da circostanze, vedi l’esempio precedente di Minuteman, e in parte da una mia attenzione verso temi che più facilmente trovano spazio sulle pagine dei giornali per cui lavoro, i quotidiani. Anche molti miei reportage europei hanno uno sfondo storico: sono stato ad Auschwitz nel 70° anniversario della liberazione del campo, a Lipsia per l’anniversario dei moti che portarono alla caduta del Muro, e anche su alcuni teatri della Grande Guerra in occasione del suo 150° anniversario. In questi casi il reportage di viaggio si confonde con la pura cronaca. E la cronaca storica è un fattore molto potente nel fornire spunti di viaggio a turisti con un minimo di curiosità. Si pensi al percorso sorprendente e ricco di spunti del WWII Museum di New Orleans, che ho scoperto la scorsa estate in occasione dell’IPW 2016.

Chiudiamo con una nota di sapore: la cucina preferita che ha scoperto durante i suoi viaggi?

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Sorprese italiane all’estero

A tavola sono prudente e spesso all’estero ho paura di mettermi in difficoltà con cibi troppo esotici per il mio stomaco un po’ sensibile. Quindi non sono uno sperimentatore. Forse sarà scontato, ma siccome di solito evito con cura la cucina italiana all’estero, ricordo con piacere una straordinaria pizza da Tony’s a…. San Francisco, i frutti di mare sulle coste della Normandia, delle patate fritte a Minneapolis e certe pasticcerie austriache. Infine, scusate la banalità, un commovente filetto a bordo di un aereo dopo due settimane in Cina. Ma erano gli anni Ottanta e non facevo ancora il cronista di viaggi.

E per decifrare il mondo insieme a Marco Berchi… continuate a seguire Fluidtravel!

 


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