Cosa vedere, e ascoltare, a Memphis

Il nostro viaggio in Tennessee si chiude nella patria del Blues e del Rock’n’Roll, vecchia capitale della coltivazione del cotone lungo il Mississippi… con tante altre sorprese!

Dopo il tragitto da Chattanooga a Nashville e attraverso l’interno del Tennessee, il nostro viaggio approda finalmente a Memphis. L’avevo spesso evocata, col suo fascino umido, a tratti tropicale, e una fama musicale di livello mondiale. Eccoci adesso di fronte al Mississippi, immenso, lento: la città – oggi la più grande dello stato con oltre 650.000 abitanti e un’area urbana di quasi 1 milione e mezzo – fu fondata sulle sue rive nel 1819, dopo decenni di frequentazioni iniziate con i Francesi, da tre possidenti di piantagioni, tra cui figurava anche Andrew Jackson, 7° Presidente degli Stati Uniti.

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Il downtown di Memphis e il Mississippi

Questa posizione strategica, che continua tutt’oggi a fare di Memphis uno dei principali snodi commerciali d’America, determinò anche la scelta del nome, ispirato alla capitale egizia dell’Antico Regno, per la somiglianza paesaggistica con la valle del Nilo. Con ciò si spiegano anche i soprannomi di “The Buff City” e “The River City”. L’atmosfera generale cambia notevolmente rispetto a Nashville: Memphis è decisamente meno europea, si avverte palpabile lo spirito afroamericano (i discendenti degli schiavi sfiorano il 65 % della popolazione), le medesime caratteristiche architettoniche e urbanistiche richiamano più l’ambiente del Delta, dai villini coloniali in legno agli edifici in mattoncini dall’aspetto malandato, distaccandosi notevolmente dalla matrice country che accomuna il West del Tennessee all’area culturale degli Appalachi. Insomma, qui pulsa il cuore dell’America nera, fervida di fremiti tribali, primitivi.

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La targa del Million Dollar Quartet di fronte al Sun Studio

Gli stessi che vibrarono al cuore della più famosa seduta d’incisione nella storia della musica contemporanea, avvenuta al mitico Sun Studio  il 4 dicembre del 1956. La sua importanza risiede nel fatto che segnò, simbolicamente, la nascita del rock’n’roll. E ciò che la rende ancora più leggendaria è che avvenne per caso. Quel giorno il proprietario Sam Phillips aveva convocato un ancora poco noto Jerry Lee Lewis a suonare il piano per una sessione di Carl Perkins. Di lì si trovarono a passare anche un ventunenne Elvis Presley, da poco scritturato, e Johnny Cash, già noto nel mondo country. Ecco cosa fu il Million Dollar Quartet: quattro miti in erba andarono avanti per più di un’ora ad eseguire e cantare brani che spaziavano dalla tradizione sacra a classici country e western di un Bill Monroe o di un Ernest Tubb, fondendoli con il timbro artistico nascente. La musica del diavolo scaturiva da quella di Dio. 

Per scoprire ogni aneddoto su questo, e molti altri episodi storici, non puoi perderti una visita alla sala di registrazione ed etichetta discografica fondata nel 1950 dal già citato Sam Phillips nell’iconico edificio d’angolo di 706 Union Avenue.

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L’ingresso del Sun Studio, the birthplace of Rock

La pretesa data di nascita ufficiale del rock? 3 marzo 1951: il ventenne Ike Turner (si, proprio il marito di Anna Mae Bullock, futura Tina Turner, con cui fondò il duo Ike & Tina Turner) scrisse e eseguì con la sua band Rocket 88, cantata nell’occasione da Jackie Brenston. Un pezzo dal profondo timbro blues che parla di donne e di macchine, la mitica Oldsmobile 88, di speranze e futuro. Un suono di un’America trascorsa che mantiene intatta, ascoltato a distanza di decenni, la sua anima graffiante, travolgente.

Il tour guidato all’interno degli ambienti angusti di questa fucina artistica dove, oltre ai già citati Lee Lewis, Perkins, Presley, Cash, Turner, hanno mosso i primi passi e inciso successi epocali musicisti del livello di Roy Orbison, Little Milton, B.B. King, James Cotton, Rufus Thomas, ti farà ammirare cimeli e reliquie del loro passaggio, la ricostruzione della Control Room C e la prima chitarra di Elvis, fino alla sala di registrazione, preceduta dalla reception di Marion Keisker,  dove scattare l’immancabile foto davanti al microfono del King di Tupelo.

Al Sun Studio potrai anche fare un po’ di shopping rock, nel piccolo punto vendita ricchissimo di chicche, per poi dirigerti presso un’altra pietra miliare nella tradizione musicale del nostro tempo.

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La casa di W.C. Handy all’inizio di Beale Street

All’inizio di Beale Street (dove torneremo la sera) si trova infatti la dimora del “padre del blues”, quel W.C. Handy che, agli inizi del 900, diede vita al cosiddetto Memphis Blues, una corrente che prese il nome da un brano inciso per una campagna elettorale del 1914 con la sua orchestra e che rappresenta la prima codificazione discografica del genere, appreso dai lavoratori delle piantagioni e delle fabbriche, mediante la quale influenzò profondamente tutti gli sviluppi della successiva musica americana, in primis il rock.

Dopo due visite così significative, è tempo di divertirsi. Sempre all’insegna della musica made in Memphis.

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Beale Street, la strada madre di blues e rock

Allora andiamo a Beale Street, quella di B.B. King ed Elvis Presley, di Muddy Waters e Chuck Berry, quei cento metri di casette basse in mattoncini che risuonano ancora oggi, da mattina a notte, di tutte le voci musicali del grande Sud degli States, un tempo  via del vizio e della dissolutezza, di gioco d’azzardo, prostitute, alcool e rituali magici. Una puntata va fatta al  Blues Club di B.B. King che agli inizi della sua carriera, negli anni 40, quando campava come artista di strada, si faceva chiamare Beale Street Blues Boy. Per la cena c’è l’imbarazzo della scelta. Ricordandosi sempre che Memphis è unanimemente riconosciuta come the BBQ Capital of the World: l’Arcade Restaurant è il più antico della città, aperto nel 1919, ed altri must sono il Leonard’s Pit Barbecue o le specialità street food di Cozy Corner.

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Il Duckmaster del Peabody

La mattina, a Memphis, presenta un appuntamento fisso. Ore 11:00. All’interno della hall sfarzosa, in stile neorinscimentale con influssi moreschi, del Peabody Hotel, storica struttura inaugurata nel 1869 e ospitata nell’attuale edificio dal 1925, avviene la celebre marcia della anatre. Accomodato al bar che ricorda un buen retiro da esiliati nostalgici, alla Casablanca di Humphrey Bogart, assisterai allo spettacolo inaugurato da un portiere, tale Edward Pembroke, nel 1940, allorché decise di ammaestrare i cinque germani reali presenti da qualche anno nella grande fontana posta al centro della sala. Fino al 1991 fu lui il Duckmaster, vale a dire il cerimoniere, vestito in abito rosso, che attende l’uscita dei buffi pennuti dall’ascensore: col sottofondo della King Cotton March di John Philip Sousa, percorrono il red carpet e vanno a tuffarsi in acqua, diligenti e ordinate. Non potrai non rimanere conquistato dalle Peabody Ducks! All’interno dell’hotel, che una sorta di città nella città, occupando un intero isolato, avrai modo di ritornare subito al tema musicale.

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Cimeli al negozio Lansky Brothers

Infatti nel 2011 vi ha aperto la nuova sede del leggendario  Lansky Brothers, fondato nel 1946 su Beale Street come negozio di cianfrusaglie militari e divenuto la sartoria di fiducia di Elvis (dalla primissima apparizione televisiva del 1956, Presley vestì sempre gli abiti di Lansky, come la mitica linea rosa-nera che segnò la tendenza cardine degli anni 50) e dei più grandi della musica, B.B. King, Roy Orbison, Isaac Hayes, David Porter, Carl Perkins, Johnny Cash, J.J. Lewis, Duke Ellington. Gli abiti vintage, così luccicanti, appariscenti, kitsh, tutti lustrini, disegni coloratissimi, inserti leopardati, sono uno spaccato esaltante di storia del costume. La tentazione di acquistarne uno è arginata solo dall’oggettiva difficoltà che si avrebbe a indossarli senza richiamare l’attenzione di tutti…

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Memphis Music Hall of Fame

Si ricomincia a questo punto il tour dei musei a tema musicale. Se vorrai iniziare con una visione d’insieme riassuntiva il luogo più indicato è la Memphis Music Hall of Fame che ospita tutte personalità che hanno intrecciato il loro cammino umano e professionale a Beale Street.  Pannelli esplicativi che dipanano un percorso cronologico e storico, cimeli fotografici, strumenti, abiti da concerto nello stile dell’età dell’oro del rock, ti accompagneranno in una galleria di leggende artistiche intramontabili: da Otis Redding, il re del Soul, a W.C. Handy, il padre del Blues, oppure da George Coleman, uno dei più grandi geni del jazz, virtuoso del sassofono, a Johnny Cash, “the man in black”, senza eccedere in esempi.

Assolutamente da visitare anche lo Stax Museum, aperto nel 2003 dalla Stax Records, storica casa discografica nata nel 1957, tra le principali etichette di genere negli States: in questa esposizione moderna e interattiva, una replica perfetta della sede demolita nel 1989, ti troverai, come d’incanto, in quegli anni densi di profondi moti sociali, politici e artistici che definirono il Memphis Soul, un incontro tra gospel, rhythm and blues e jazz, riuniti in una ritmica funky, che rappresentò anche una voce molto attiva nei movimenti di protesta per i diritti civili nonché un’esperienza senza cui il rock avrebbe stentato a trovare la propria estetica. Ascoltiamo uno dei più grandi successi incisi alla Stax, un capolavoro universale del grande Otis Redding, uscito postumo nel 1968, (Sittin’ On) The Dock of the Bay:

Altri musei meno noti, ma altrettanto interessanti, sono la Blues Hall of Fame (da Son House, Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Bessie Smith i più veterani, per passare a Ike Turner, Bukka White e moltissimi altri) e il Rock N’ Soul Museum, prezioso perché evidenzia le difficoltà storico – sociali che gravarono per decenni sugli artisti di colore. Tema che, qui a Memphis, non può che ricordare Martin Luther King, che fu assassinato il 4 aprile 1968 mentre si trovava sul balcone del Lorraine Motel, sede del National Civil Rights, un’esposizione interattiva che racconta le tappe del cammino della popolazione afroamericana verso l’uguaglianza. L’ultima camera del leader non violento è rimasta arredata come quel maledetto giorno.

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La Memphis Queen II

Una giro di Memphis non può dirsi completo senza una passeggiata lungo il Riverside, il lungo fiume lambito dal fluire lento, dove incontrerai la Memphis Queen II, assemblata nel 1955 in Iowa, prima nave passeggeri costruita completamente in acciaio a solcare le acque del Mississippi. Il suo disegno in stile revival vittoriano, perfettamente intonato al circostante contesto urbano che mantiene i tratti originali della capitale mondiale della produzione del cotone, ti sedurrà con un fascino triste, da vecchia regina dall’anima Belle Époque, per citare il suo nome. Sull’Isola di Mud il suo museo ti regalerà una nutrita collezione relativa tutte le testimonianze della frequentazione umana del Mississippi, dai reperti nativi sino all’ingegneria moderna, con un’attenzione particolare dedicata alla marina fluviale di merci, specie il cotone, e di passeggeri. Sempre alla fibra bianca che ha fatto la fortuna della River City è dedicato il Museo del Cotone, collocato all’interno del vecchio edificio del Memphis Cotton Exchange, una sorta di borsa destinata ai brokers di questo mercato, che qui venivano a informarsi su prezzi e contrattazioni. Vedrai ancora i grossi pannelli su cui erano affisse le quotazione e scoprirai ogni dettaglio su una coltura che ha rivoluzionato la vita dell’uomo moderno.

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La Piramide di Memphis

Considerando l’ispirazione “egizia” di Memphis, non sarebbe potuto mancare il simbolo per eccellenza dell’antica civiltà del Nilo. Così nel 1989 sono iniziati i lavori, conclusi due anni dopo, per la costruzione della Piramide di Memphis, alta quasi 100 metri per una base di 180 per lato, affacciata direttamente sul Mississippi. L’imponente edificio ricoperto di lastre metalliche, annunciato da una grande statua di Ramses II, fedele riproduzione di un originale presente a Menfi, aumenterà l’atmosfera straniante ed esotica. L’impianto interno, che un tempo ospitava un’arena per eventi sportivi e aveva una capienza di circa 20.000 spettatori, è oggi sede di un un megastore dedicato a caccia, pesca e campeggio, con tanto di ristoranti e hotel in tema cottage: 50 mila metri quadrati di negozio, il più grande della nota catena statunitense cui appartiene, con tanto di ambientazione spettacolare che riproduce l’ecosistema fluviale della regione del Delta del Mississippi, con maestosi alberi da cui pendono i famosi licheni lunghi come barbe, vasche con pesci e alligatori vivi, riproduzioni di diversi esemplari faunistici.

Dopo il Riverside, è ora di due mete davvero imprescindibili. Primo lo stabilimento della Gibson di Beale Street: un tour che ti farà scoprire ogni passaggio e dettaglio di fabbrica della cosiddetta chitarra degli dei, ad esempio B.B. King, Eric Clapton, Bob Dylan, Woody Guthrie, Robert Johnson, John Lennon, Jimmy Page Joe Pass, Keith Richards, Carlos Santana, Frank Zappa, solo per citarne alcuni.

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Graceland, la dimora di Elvis

E poi il tempio dell’anima di Memphis, Graceland, la maestosa dimora in stile neocoloniale risalente al 1939 che Elvis acquistò nel 1959 e dove morì il 16 agosto 1977 (e in ricorrenza di questa data la città è presa d’assalto da fan provenienti da tutto il mondo, mentre a maggio, per rimanere in tema di appuntamenti periodici, si tiene il Memphis in May International Festival, kermesse musicale e gastronomica). Rimarrai sbalordito di fronte alla moquette verde che ricopre il pavimento ed il soffitto della Jungle Room, dal tessuto multicolore che riveste praticamente ogni cosa all’interno della Pool Room, dall’enorme specchio della sala TV, dalle migliaia di dischi d’oro e platino che tappezzano il Raquetball Building. Un concentrato di lusso e kitsh che non riuscirà a nascondere, con tutta la sua abbondanza, gli ultimi tristi anni di Elvis, un mito crepuscolare che non riusciva più a sostenere la propria immagine. Insomma, qui a Memphis hanno lasciato questa terra due King, Marthin e Elvis, che in modo diverso hanno incarnato lo spirito ibrido, meticcio dell’America, la sua spinta congenita all’uguaglianza e all’incontro.

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Il National Metal Museum

Per non perdersi assolutamente nulla di Memphis si possono aggiungere al diario di viaggio un pellegrinaggio alla casa natale di Aretha Franklinuna messa concerto al Full Gospel Tabernacle, una chiesetta metodista dove celebra messa una vera icona della zona, il Reverendo Al Green, inserito da Rolling Stones al 66° posto tra i cento artisti migliori di tutti i tempi, oppure fare un salto al bizzarro National Metal Museum, l’unica istituzione culturale degli Stati Uniti dedicata alla tutela e alla promozione dell’arte del metallo,  e una passeggiata tra i giardini del Victorian Village. Perfetti per i più piccoli anche il Memphis Zoo, 3500 animali per 500 specie che pressoché ogni anno si aggiudica il titolo di miglior parco faunistico degli U.S.A., e il polo espositivo del  Pink Palace Mansion  (palazzo così chiamato perché rivestito di un delicato marmo rosa georgiano e appartenuto al magnate Clarence Saunders, il padre dei moderni supermercati al dettaglio),  importante, oltreché per il CTI 3D Giant Theathre, il Lichterman Natur Science e il Coon Creek Science Center, in virtù del modernissimo Sharpe Planetarium.

Di certo Memphis saprà regalarti qualche altra sorpresa. Io la saluto ascoltando il suo Re mentre interpreta un grande successo del 1959 targato Chuck Berry, inciso anche dai Beatles. Titolo? Memphis, Tennesse… per sempre:


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