Perché un viaggio in Tennessee? Prima puntata: da Chattanooga a Nashville

Il Volunteer State è l’ideale per un viaggio self drive alla scoperta di sconfinati paesaggi agricoli punteggiati da città coloniali, di gente rude e ospitale, della saporitissima cucina BBQ e delle capitali musicali di country, blues e rock…

Prima puntata… da Chattanooga a Nashville

In questo articolo racconterò il motivo per cui, durante un mio recente viaggio self drive attraverso il Sud degli Stati Uniti, mi sono innamorato del Tennessee. Il fascino per quello che è un po’ l’emblema dello spirito “southern”, confederato, imbevuto di un fatalismo scanzonato come l’arrancare dei pick-up lungo le stradine di campagna, più  duro del whiskey sorseggiato in qualche veranda sverniciata mentre l’afa aleggia tra i fossi, viene da lontano.

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Tipico paesaggio agricolo del Tennessee

Da ragazzo ascoltavo spesso una splendida canzone di Franco Battiato,  La Cura, con testo scritto dal filosofo Manlio Sgalambro, che a un certo punto recita: “vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà)”, e mi immaginavo un paesaggio lontano, placido, monotono, solcato da nubi lente, pomeridiane. Quando mi ci sono ritrovato, è stato quasi un déjà vu, l’apparizione di un passato dimenticato, ma familiare. Straziante e contagioso.

Seguirò il mio itinerario, partito da Atlanta e tracciato in direzione di Nashville e Memphis, senza però mancare di segnalare altre attrattive raggiungibili mediante agevoli divagazioni dalla rotta suggerita.

I cartelli stradali che danno il benvenuto in Tennessee recano, come ovunque negli States, il soprannome del paese. Volunteer State. L’origine è legata al tributo di sangue pagato  dai suoi soldati durante la guerra angloamericana del 1812 (altri pensano in occasione di quella contro il Messico nel 1846), in particolare in occasione dell’inutile, perché avvenuta ad accordi di pace conclusi, battaglia di New Orleans del 1815. Dato che questo viaggio sarà accompagnato da un’incredibile colonna sonora, ascoltiamo subito la versione di Johnny Cash (uno dei numi tutelari del Tennessee), tratta dall’album America: A 200-Year Salute in Story and Song, del brano country The Battle of New Orleans, scritto nel 1959 da Jimmy Driftwood.

 

 

Prima tappa, arrivando dalla Georgia, Chattanooga. Il paesaggio già cambia, ai boschi scuri, planiziali, del Peach State, subentrano gli strati friabili di arenaria del Cumberland Plateau, l’ultimo sbalzo degli Appalachi, tagliati come pani secchi dalla Interstate 75. 

Dietro una curva compare, d’improvviso, il fiume Tennessee, nome attestato dalle carte di fine 700 che deriverebbe dal villaggio nativo di Tanasi, in prossimità di Vocore (nella Monroe County, antico territorio Cherooke), idilliaca cittadina lacustre dove si può visitare la ricostruzione dell’avamposto inglese di Fort Loudoun, insediato durante la guerra franco-indiana, e scoprire l’interessantissima storia di George Grist, detto Sequoyah, l’inventore dell’alfabeto irochese (12 anni di lavoro).

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Chattanooga e il fiume Tennessee

Ma torniamo a Chattanooga. Nel mezzogiorno d’agosto in cui vi sono arrivato, dirigendomi verso la famosa stazione ferroviaria, mi è sembrata una città di ferro e ruggine, ardente, una sorta di Dite dantesca, rossa, vermiglia. Dopo un ottimo hamburger, mi sono diretto verso il mitico terminal della Southern Railway la cui imponente struttura in stile Beaux-Arts ospita l’hotel Chattanooga Choo Choo, dal titolo del grandissimo successo swing composto da Glenn Miller nel 1942. Qui, nell’età doro di Chattanooga durata dalla fine della guerra di secessione al secondo conflitto mondiale, passavano centinaia di treni ogni giorno, trasportando celebrità come i presidenti Theodore Roosevelt, Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt. Per rimanere in tema ferroviario, un’altra attrazione imperdibile della zona è il trenino che porta alle Lookout Mountains. Altre esperienze da vivere a Chattanooga sono il bell’acquario, il quartiere artistico e bohémien del Bluff View Art District, un assaggio di Moon Pie, dolce simbolo della zona, nonché, nelle vicinanze, lo spettacolare salto d’acqua delle Ruby Falls.

 

E’ ora di ripartire. Verso East, in direzione Knoxville, il terzo centro urbano più popoloso dello stato (dove, piccola chicca, ci si può godere una cena panoramica all’interno dell’iconica Sunsphere, a 80 metri d’altezza), inizia il Tennessee selvaggio, montuoso, quello del meraviglioso Great Smoky Mountains National Park, Patrimonio dell’UNESCO.

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Davanti al centro visite della Jack Daniel’s

Ma io ho seguito puntando a North West, spinto dalla voglia di musica. Con una deviazione d’obbligo, però, allo storico stabilimento del Jack Daniel’s, a Lynchburg, immerso tra dolci pendii collinari, spazzati da frequenti, brevi temporali, dove a fattorie isolate si alternano chiese battiste e metodiste.

La visita guidata, disponibile in vari formati, alla fabbrica del leggendario Old No. 7, racconta una storia straordinaria: con un pulmino ho girato gli stabilimenti di lavorazione del liquore, insediati dal 1875 (anche se sulle bottiglie è riportata, come data di nascita, il 1866), fino alla risorgiva scelta dal vecchio Jasper Newton “Jack” Daniel e ancora oggi utilizzata per la produzione. La sala dove vengono conservate le botti per l’invecchiamento è invasa da un odore fortissimo di alcool: il migliore antipasto per un assaggio di Jack che qui, vi assicuro, ha tutto un altro sapore…

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Le botti in cui riposa il Jack Daniel’s

Un’altra deviazione possibile dalla Interstate 75 è, in senso di marcia opposta rispetto a Lynchburg, il più grande complesso ipogeo del Tennessee, le Cumberland Caverns: a rendere eccezionale questo sistema di grotte sotterranee lungo 44 km e profondo fino a 170 metri non è solo il suo valore geologico e speleologico.

Infatti la Volcano Room è sede del Bluegrass Undergroung, uno show mensile, in origine solo radiofonico e poi divenuto televisivo, che permette al fortunato possessore di uno dei 500 biglietti disponibili di assistere a un concerto in un contesto davvero unico, dall’acustica senz’altro ideale.

Ci stiamo avvicinando piano piano a Nashville, l’Atene del Sud, la City Music, la patria del country dove le più grandi star artistiche degli anni 50 e 60 hanno mosso i primi passi. Appena arrivato, mi sono subito fiondato a Broadway, la celebre strada degli Honky Tonk dove, ad ogni ora, si suona musica dal vivo, specie country e rock.

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Broadway di Nashville, la centralissima via degli Honky Tonk

La strada di edifici bassi, in mattoncini rossi, che corre verso il fiume Cumberland, è un susseguirsi di locali, negozi di stivali e memorabilia (su tutti troneggiano Elvis e Johnny Cash), affollata da giovani e meno giovani, personaggi spesso bizzarri, provenienti da ogni angolo del mondo.

La mattina seguente, ancora un po’ stanco per la serata, mi sono organizzato per la visita delle principali attrazioni della capitale del Tennessee, fondata nel 1799 da due esploratori che colsero la posizione strategica garantita dall’asse fluviale e la intitolarono a un militare, tale Francis Nash, morto due anni prima nel corso della Guerra d’Indipendenza Americana.

Il filo conduttore di un tour di Nashville è ovviamente la musica. Vale a dire il country. Il miglior punto di partenza è l’eccezionale Country Music Hall of Fame and Museum, 2 milioni e mezzo di oggetti in esposizione, da rari filmati d’epoca a indumenti delle star, che raccontano la nascita e l’origine del genere a partire dai padri fondatori, come Jimmie Rodgers e Hank William, e dal loro retroterra storico – sociale, quello del Sud rurale.

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“La musica country è tre accordi e la verità”

Al’interno del percorso espositivo si ammirano centinaia di strumenti appartenuti agli artisti più illustri – dalla Gibson di Maybelle Carter al mandolino di Bill Monroe -, stravaganti capi di vestiario e cimeli vari, tra cui spiccano la Cadillac Solid Gold di Elvis e la Pontiac personalizzata di Webb Pierce, dotata di maniglie a forma di pistola e di un trionfo di decorazioni eccentriche.

Giunto nell’atrio dell’avveniristica sede del polo musicale ho scelto un biglietto inclusivo di museo e RCA Studio B, dove una guida ci avrebbe portati in pullman.

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La “sobria” Pontiac di Webb Pierce: da notare gli inserti a forma di arma da fuoco

Così dopo questo bagno in un concentrato di spirito americano, naïf e ruspante, nostalgico e raffinato, spesso pacchiano e appariscente, ci siamo diretti verso la “home of 1000 hits”, la sala di registrazione fondata nel 1956 da  Dan Maddox, dove sono state incise oltre 35000 canzoni, di cui 1000 successi da top parade e circa 260 brani di Elvis. La mia emozione era grandissima, dal momento che sono un fan di Roy Orbison, il dolce, triste ragazzo del Sud che qui ha inciso uno dei miei brani preferiti, “Only the Lonely” (1960). 

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Di fianco a un mio mito: Roy Orbison, nella sua casa dell’RCA Studio B

Il percorso attraverso le sale del piccolo edificio, supportato da numerosi contributi audio, enumera tutti gli altri grandi successi realizzati al RCA Studio B, come “I Will Always Love You” di Dolly Parton, “It’s Now or Never”, “Are You Lonesome To-night?”, “Little Sister” e “How Great Thou Art” di Elvis, per non stare a citare i successi di Chet Atkins, Jim Reeves, The Everly Brothers, Charley Pride, Waylon Jennings, Dottie West, Don Gibson. Tantissimi gli aneddoti che si apprendono. Nella sala d’incisione, ad esempio, vedrai un armadietto che ha un’anta rotta da quando Elvis, spazientito per una sessione poco brillante, gli diede un calcio. Oppure ascolterai la prima versione registrata di “Are You Lonesome To-night?”: a un certo punto si sente un colpo sordo perché la seduta avvenne al buio e The King, inavvertitamente, diede una testata al microfono. Una delle ballate lente più romantiche di sempre.

 

 

I must musicali di Nashville non finiscono qui. In primis c’è il Grand Ole Opry House, noto come The Show that Made Country Music Famous, il più longevo programma radiofonico del mondo, in onda dall’8 novembre 1925: fu George D. Hay a lanciare questo programma – concerto che ha contribuito in maniera decisiva alla definizione del Nashville Sound, la versione moderna della musica country, libera dalle ortodossie conservatrici del folk e più aperta al dialogo con gli altri generi musicali, rock su tutti. Non perderti una visita al backstage o uno spettacolo. Inoltre al Ryman Auditorium, teatro attivo dal 1892, famoso come la “Chiesa Madre della Musica Country, sede invernale dell’Opry, potrai registrare il tuo brano!

L’altra tappa ci è suggerita da Cindy Cash, figlia di Johnny, “The Man in Black”, il cantastorie rude e dolce dello spirito on the road degli States, l’artista perseguitato dall’amore e dalla vita, perso e redento, che faceva concerti nelle carceri: lei ha affermato che chiunque voglia conoscere ciò che ancora non sa a proposito del padre dovrebbe recarsi al Museo che la città di Nashville gli ha dedicato. Alla City Music, dove ancora riposa, la vita di Cash si intrecciò profondamente non solo per motivi professionali: qui infatti nel 1968 si trasferì in cerca di una svolta, specie per scampare alla dipendenza dalla droga, e sposò la donna della sua vita, June Carter, l’autrice di “Ring of Fire”, pezzo che interpretato dal marito divenne uno dei suoi più grandi successi, metafora del cerchio ardente da cui si sentì sempre avvolto.

Un’altra figura meno nota in Italia legata a Nashville è quella del genio country George Jones, uno dei massimi esponenti del genere: nel nuovissimo museo, inaugurato nel 2015, scoprirai un uomo tormentato da dipendenze e legami sempre burrascosi, ma insieme acceso dal fuoco dell’arte, sin da giovane quando, cantore duro e crudo da honky tonk, sullo stile di Hank Williams, sviluppò il proprio stile sino a diventare, per molti, la voce più fine e originale nella storia del country. I Lived to Tell It All, il motto della sua esistenza al limite.

Oltre ai vari locali iconici, come il 3rd & Lindsley  o l’imperdibile Bluebird Café, un modo molto particolare per scoprire Nashville è una crociera sul Cumberland a bordo della General Jackson Showboat… ovviamente a suon di country live!

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L’Old Main Hall della Vanderbilt University

Non solo musica, però. Una Nashville che mi ha colpito molto è quella neoclassica, dell’architettura istituzionale, sia al Capitol Hill, dominato dal Campidoglio e del War Memorial Building, sia presso la famosa ricostruzione, l’unica al mondo, del Partenone di Atene. Una chicca che mi sento di consigliare è la Vanderbilt University, fondata nel 1873 grazie al finanziamento di un membro della ricca schiatta di industriali: il campus, dotato di sontuosi padiglioni in revival gotico, è un Nation Arboretum, con circa 6000 alberi e oltre 50 sculture. 

I dintorni di Nashville vantano alcune delle più prestigiose plantation del Sud, risalenti alla prima metà del XIX° secolo.

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Il sepolcro neoclasssico di Andrew e Rachel Jackson all’Hermitage Plantation

L’Hermitage fu costruita dal settimo presidente U.S.A., Andrew Jackson, l’eroe di New Orleans (sua è la statua equestre di fronte alla Cattedrale di NOLA) sepolto insieme alla moglie nell’angolo di giardino dove lei amava passare i pomeriggi di primavera, mentre la vicina Bealle Meade, considerata la “queen of southern plantations”, sfornò  vari stalloni da corsa Thoroughbred, che dominarono la scena delle gare per decenni. A Belmont Mansion apprenderai invece la vicenda straordinaria di Adelicia Acklen, una delle donne più ricche del suo tempo, 3 matrimoni, dieci figli e la capacità di gestire, durante il periodo turbolento della Guerra Civile Americana, una fortuna immensa in termini di piantagioni di cotone, proprietà fondiarie e di manodopera schiavile. Rimanendo nel periodo del conflitto tra Unione e Confederazione, le immediate vicinanze di Nashville offrono Franklin, teatro, nel 1864, di una delle più disastrose disfatte dei Sudisti, dove si possono visitare la Carnton Plantation e la Carter House, salva per miracolo insieme ai suoi inquilini. Non distante da Franklin (ma ci si può arrivare anche all’andata, da Chattanooga, trovandosi lungo la strada), a Smyrna, un altro frammento di quegli anni racconta una delle tante vite interrotte dalla violenza della guerra: si tratta della dimora signorile di Sam Davis, “The Boy Hero of the Confederacy”, giustiziato a soli 21 anni dopo essersi distinto in numerose imprese belliche…

Prima di lasciare Nashville, per dirigerci a Memphis, voglio raccontare un’altra storia. Una delle tante di questo Sud, fatta di lavoro, ostinazione, capacità di rialzarsi, sotto l’immenso cielo d’America. La Nelson’s Green Brier Distillery fu fondata nel 1885 da un immigrato tedesco: nei primi anni di vita non c’era partita la distilleria della capitale produceva 1.400.000 litri di whiskey all’anno, mentre Jack Daniel’s si fermava, all’epoca, a soli 87.000 litri. Arrivò però il decreto proibizionista del 1909 a bloccare questa cavalcata. Fin quando i discendenti di Charles Nelson hanno deciso, un secolo dopo, di rilanciare l’Old N. 5 con i due cavalli rampanti della Bealle Meade. Non perderti un Tour and Tasting. Perché il Tennessee  è come un whiskey bevuto in un bar quando l’alba inizia ad annunciarsi… schietto, chiaro, inflessibile. Alla prossima puntata!


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