Viaggio negli States di B.B. King

B.B. King, per oltre 60 anni la leggenda del blues moderno, sesto chitarrista della storia, stando a Rolling Stones, è partito dalle piantagioni del Mississippi: andiamo in viaggio nei suoi luoghi d’origine!

B.B. King è 14 Grammy Awards, 70 album pubblicati, milioni di copie vendute in tutto il mondo, una media di 200-300 concerti all’anno, specie nel periodo d’oro tra i 50 e i 70, dai juke-joints del Delta al festival jazz di Montreaux del 1967, e poi Parigi,  Londra, Tokyo, tutte le capitali del pianeta, 2 mogli e 2 divorzi, almeno 15 figli (con almeno altrettante donne), 20 anni di diabete, un corpo immenso, da santone della musica, quasi 90 anni su questa terra, di cui 75 passati a suonare, le dita sulle corde, prima di spegnersi a Las Vegas nel 2015.

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L’Ebony di Indianola, uno dei juke-joints degli esordi di B.B. King

B.B. King, però, non è riassumibile in numeri. Si incarna semmai nel suo stile, nel tocco, come per ogni bluesman che deve conferire un’anima a un canovaccio ritmico e melodico fisso, tradizionale. Le sue mani rudi, di raccoglitore di cotone, trasformandosi in “hummingbird“, colibrì, metafora del movimento aereo dei suoi fraseggi vibrati, hanno iniettato nel genere afroamericano un fiotto di poesia e mistero. B.B. King è il debito di tutta la musica contemporanea, specie il rock, verso una lezione tecnica e lirica, verso un’estetica precisa, è il riconoscimento dei numerosissimi artisti bianchi che lo hanno incoronato loro maestro e ispiratore, su tutti Eric Clapton, Mike Bloomfield, Leon Russell, David Gilmour.

Un viaggio nel profondo South degli States, nell’alveo umido del Mississippi, fa percepire l’anima della musica di B.B. King, invischiata, al pari di questi paesaggi allucinati, monotoni, bianchi d’afa e cotone, tra Dio e il diavolo, tra la salvezza e l’inferno che, qui, si confondono in una sensazione di stanchezza sudata, di vita senza scampo… quella che si prova alle tre di notte, insonni, quella che è blues, malattia irredimibile, quando it’s three o’clock in the morning and I can’t even close my eyes,  come canta il 3 O’Clock Blues inciso nel 1952 a Memphis… ascoltiamolo, prima di partire, nella magnifica versione suonata con Eric Clapton nel 2000, all’interno dell’album Riding with the King:

 

La piantagione di cotone di Berclair, vicino a Itta Bena, Mississippi, è il luogo dove Riley B. King nacque il 16 settembre del 1925. Un cartello ti indicherà il birthplace di questo re dalle umili origini. Il pellegrinaggio è d’obbligo.

Quando nel 1941 la stazione KFFA di Helena, Arkansasiniziò a mandare in onda il King Biscuit Time, la prima trasmissione interamente dedicata alla musica nera (ad oggi il più longevo programma quotidiano di un’emittente radiofonica statunitense, celebrato da una vivace manifestazione annuale ad Ottobre, l’ Arkansas and Heritage Blues Festival), il sedicenne Riley, allora autodidatta di chitarra, decise di diventare bluesman.

Nella vicina Indianola il B.B. King Museum, un’esposizione interattiva, moderna e ricchissima di cimeli storici, ti racconterà tutta la sua biografia esistenziale e artistica, fin dai tempi in cui si faceva chiamare Beale Street Blues Boy, dal nome di una strada di Memphis dove si esibiva en-plen-air, così come, poco lontano dal museo di Indianola, tra la Second Street e la Church Street. La sgangherata capanna verde del Club Ebony è sede di uno dei principali juke-joint del Sud: dal 1945 vi si sono esibite, oltre al nostro B.B. King, star del livello di Count Basie, Ray Charles, Howlin’ Wolf.

All’epoca B.B. King aveva già la sua compagna fissa, Lucille. La storia ha del rocambolesco. Nell’inverno 1949 stava suonando in un locale di Twist, in Arkansas, quando due avventori iniziarono a picchiarsi per una cameriera. La rissa fece rovesciare del kerosene, utilizzato come combustibile da riscaldamento, che incendiò quella baracca di legno. B.B. King si piombò a salvare dalle fiamme la sua Gibson ES-335, pagata 30 dollari, e la chiamò col nome della ragazza contesa. L’unica donna della sua vita, quella che lo ha accompagnato anche nella tomba. E allora, “Cause don’t nobody sing to me like Lucille, sing Lucille”, sentiamoci la canzone che le dedicò:

A Memphis, la capitale del blues dove B.B. King si formò sotto il tirocinio del cugino Bukka White e trovò la consacrazione artistica, si può visitare proprio lo stabilimento della Gibson, la chitarra degli dei, di Eric Clapton, Bob Dylan, Woody Guthrie, Robert Johnson, John Lennon, Jimmy Page Joe Pass, Keith Richards, Carlos Santana, Frank Zappa, che nel 1980 ha inaugurato la serie speciale di strumenti elettrici intitolata a B.B. King… nome? Lucille, ovviamente.

9/1/10 MEMPHIS Tourism
Beale Street, la strada delle musica  di Memphis, dove B.B. King, col nome di Beale Street Blues Boy, iniziò la sua carriera

Molti sono i luoghi di Memphis legati a B.B. King. Dalla già citata Beale Street, strada madre della sfrenata movida musicale notturnadove dal 1991 è attivo il B.B. King Blues Club, locale di esibizioni live e ottima carne BBQ, al museo della Blues Hall of Famecui fu ammesso nel 1980. La parabola di B.B. King è legata, agli inizi, alla figura di Sam Philipps, il geniale fondatore dei Sun Studios, la casa madre della musica R&B e Rock’n’roll degli anni 50, dalla quale uscirono Elvis Presley, Johnny Cash, Roy Orbison. La sede storica è rimasta intatta, mentre l’attiguo shop è una meta imperdibile per tutti gli appassionati. Altro must è il Rock N’ Soul Museumche racconta l’atmosfera magica, il calderone creativo della Memphis anni 50.

Tornando verso Sud, lungo il corso del Mississippi, ci si immerge nell’immensa regione quasi tropicale del Delta, terra anfibia, da alligatori e vecchie residenze coloniali, punteggiata di luoghi dove il grande B.B. King è passato. A Columbus, Mississippi, il Queen City Hotel è un’icona che ha ospitato, oltre a lui, giganti come Louis Armstrong, Pearl Bailey e Duke EllingtonProseguendo si incontra Canton, la cui Cross Street fu, tra anni 40 e 60, un tempio della musica afroamericana, per arrivare all’Hit Hat Club di Hattiesburg, tra i locali più celebri nella storia del genere. Seduto a un tavolino non sarà difficile ascoltare uno standard del 1951, composto da Roy Hawkins e Rick Darnell e reso immortale dalla cover di B.B. King del 1970, The Trill is gone. Salutiamoci con questo capolavoro. Ricordando che, come diceva quel contadino divenuto una star, there’s a sadness to all kinds of music if you want to hear it. There’s also happiness to it if you want to hear it…


2 thoughts on “Viaggio negli States di B.B. King

  1. Un’ultima annotazione. E’ consigliata la visita al locale B.B. King Blues Club, aperto da King a New York sulla 42^, nei pressi di Times Square. Un vero tempio del blues, dove spesso si esibiva, negli ultimi anni di vita, lo stesso B.B. King.

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